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La Via della Pece

L’ANTICA ARTE DELLA RESINAZIONE NEL PARCO NAZIONALE DELLA SILA

Autore Francesco Cosco 

Ottobre 2010, viene presentato al pubblico nel Salone degli Specchi, presso il Palazzo del Governo di Cosenza, il testo di Francesco Cosco titolato “La Via della Pece”. patrocinante il Parco Nazionale della Sila.                       
Ma perché un lavoro sulla pece? Perche la storia di millenni, specialmente quella che riguarda il lavoro umano, non vada dimenticata, perché chi viene da fuori ha voglia di conoscere la storia del territorio che visita, perché il Parco Nazionale ha voglia di esibire tutto ciò che concorre alla conoscenza del proprio ambito.
L’autore è fiero del successo del testo, ampiamente richiesto dal pubblico e dalle istituzioni, dichiara che il lavoro è stato portato a termine per una percentuale grazie a fonti storiche, talvolta rappresentate da documenti, ma per la gran parte da una attenta e minuziosa ricerca sul territorio. Il libro infatti presenta non solo elementi che affondano le origini nella storia dei millenni e fino ad epoche recente, ma anche in testimonianze dirette rilevate da orme incancellabili di forni di pece, frustuli, pietre intinte dal prezioso liquido, ma soprattutto dalla presenza di una miriade di pini resinati il cui quadro a lisca di pesce,  a seguito di un esame obiettivo, denunzia l’epoca della sua “slupatura”. 
Dal libro si evince che l’estrazione della pece nel bosco silano fu un affare di dimensioni storiche: fu oggetto di commercio, ma anche di rapina da parte di  Greci, Romani ed altri popoli invasori, che la utilizzarono per costruire flotte. I primi documenti sulla estrazione della pece bruzia risalgono alla Repubblica Romana, ma ancor prima lo sfruttamento del prezioso liquido doveva essere attivo per il fatto che la Sila, nel neolitico, fu intensamente percorsa da popolazioni autoctone. L’autore nel testo poi asserisce che di pece se ne estrasse fino a mezzo secolo fa anche ad opera dell’azienda forestale. Dal 1951 al 1954, resinando 40 mila esemplari di pino laricio, se ne estrassero  circa 3 mila quintali che furono lavorati in una distilleria  presso il Cupone, individuata dallo stesso Cosco.  La pece fu una di quelle immense risorse silane  insieme alla pastorizia e al bosco per cui intorno all’altopiano fiori il monachesimo: benedettino con Corazzo e S. Maria della Matina, Cistercense con la Sambucina, il Frigillo e Calabromaria, Basiliano col Patirion e Florerse con Gioacchino.         
Anche la lavorazione della pece testimonia che la Sila nei secoli scorsi era un formicaio non terra desolata, e  attesta poi il carattere laborioso, delle popolazioni silane.  Numerosi i contenuti del testo: le molteplici utilizzazioni della pece, l’escursus storico che ne attesta l’estrazione nei vari periodi, i risultati delle ricerche e le immagini di forni e boschi resinati, i vari metodi estrattivi tra cui il forno come descritto da Plinio e similmente dal Venusio nel 1773. Testimonia ancora come la pece sia stata oggetto di monopolio: i Romani ne davano l’appalto a pagamento, Federico II ne pretendeva la “quintaria”, ma anche Aragonesi e Borboni esigevano lo jus picis. 
Perché il testo è titolato la via della pece? Nel testo è espresso chiaro tale concetto: per il fatto che produzione e commercio da una miriade di sentieri silani, si incanalava nelle due grandi arterie che fin dall’antichità attraversarono l’altopiano da un capo all’altro (e di cui l’autore è riuscito a fotografarne tratti ancora visibili)  per raggiungere passo dopo passo tutti i porti del Mediterraneo.  Fonti storiche citate nel testo testimoniano che nel 500 carichi di pece partiti dal porticciolo di Cariati raggiungevano  Savona e a Genova.                                                                    
Dopo aver approfondito inizialmente ricerche sulla “pece bruzia”, l’autore si è avvalso di antiche mappe dell’altopiano per tracciare le vie lungo le quali la pece perveniva al mare: la più importante di queste mappe risale al 1663,  e su questa, posta in appendice al testo, in un intrigo di vie silane, è stato possibile aggiungere nel posto giusto i simboli delle foreste resinate e dei forni di pece rinvenuti.   Il testo, sotto questo aspetto, documenta elementi viari di riguardo.  
Il Parco Nazionale, grazie a tali pubblicazioni, ci mostra la Sila nel suo poliedrico aspetto: storia,  paesaggio, biodiversità, risorse.

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